LA FIGURA DELL’ORIENTATORE: DA ESPERTO DI ANALISI A BIOGRAFO NARRATORE


Da sempre l’uomo cerca modi per “orientarsi”. Fissa punti, spaziali e temporali, lascia traccia, come Pollicino con le sue impronte. Si affanna per tracciare una strada, osserva la sua bussola interiore.

Dall’alba dei tempi l’uomo fissa punti, i punti cardinali; è ad Oriente l’inizio, il preciso punto in cui nasce il giorno, l’unità di tempo che scandisce la nostra vita. È dal latino Oriens, che viene il termine orientamento.

L’orientamento cosi inteso è quel processo mediante il quale l’uomo trova il suo modo di stare nel tempo e nello spazio, luogo e tempo della sua dimensione; ed è così che nelle società cosiddette arcaiche, oggetto di studio privilegiato dagli antropologi, i giovani cercavano la loro dimensione esistenziale facendo leva sugli anziani, saggi che detenevano le conoscenze e le esperienze, dunque l’autorità di trasmettere il sapere, aiutare i giovani a tracciare la via per conquistare il loro posto nella comunità, un modello di vita e comportamento considerato adeguato rispetto al proprio contesto sociale. Gli anziani erano i punti cardine che orientavano i giovani, facilitavano il loro processo.

Allo stesso modo ma cambiando contesto, durante il Medioevo ed il Rinascimento e con lo sviluppo delle arti e dei mestieri, i maestri di bottega diventano facilitatori di un processo d’apprendimento di un mestiere, trasmettendo ad una schiera di allievi un sapere artigiano, necessario per la sopravvivenza del mestiere stesso.

L’orientamento moderno nasce con Parsons e la sua teoria basata sull’approccio tratti – fattori, in cui per tratti si intendono le caratteristiche dell´individuo, i fattori sono invece relativi alla professione. Siamo alle soglie del ‘900, in pieno positivismo logico, per cui ciò che deve esser fatto è semplicemente una valutazione di quanto l’individuo corrisponde alla professione, tramite l’utilizzo di test. Questo approccio è definito in inglese Test them and tell them, testali e diglielo, il che fa presupporre un certo distacco tra orientatore e soggetto da orientare; il consulente d’orientamento (il punto cardine di riferimento) è in effetti un esecutore esperto di analisi e sintesi, poiché si occupa principalmente di fare un’analisi di corrispondenza, detta banalmente.

Tuttavia questo approccio, decisamente direttivo, è stato ampiamente superato da Carl Rogers e Donald Super, i quali pongono enfasi sulla persona da orientare, invece che sul consulente considerato da Parson come unico esperto in grado di effettuare la valutazione; in particolare per Roger il vero esperto è il cliente, che se ben accolto e ascoltato, può risolvere il proprio ostacolo da sé.

Super invece ipotizzò la “teoria sugli stadi di carriera” secondo la quale le scelte degli individui sono influenzate oltre che dai tratti e dai fattori di Parsons, anche da elementi personali, familiari, emotivi, legati allo stadio di vita che l’individuo sta percorrendo. Per Super insomma, l’idea che abbiamo ad esempio di un determinato ruolo professionale cambia in base al ruolo di vita che stiamo sperimentando, per cui cambia anche l’investimento mentale e fisico che siamo disposti a fare per quel ruolo.  Ad esempio, sarò meno disposto ad investire tempo ed energie in un ruolo che mi porta per lunghi periodi lontano dalla mia casa, se sono diventato padre/madre, poiché devo correre il rischio di non essere presente abbastanza nella vita dei mie figli. L’investimento lavorativo avrebbe così ripercussioni sull’investimento emotivo delle mie relazioni personali.

Ci troviamo ora in una prospettiva costruttivista, in cui il cliente è molto coinvolto, può raccontare la propria storia e sottolineare i significati soggettivi degli eventi che vive, dei ruoli che impersonifica. Il consulente in questo caso si configura come un interprete, un ascoltatore attivo, invece che un esperto di analisi e sintesi.

Oggi ci troviamo quotidianamente posti di fronte a miliardi di bivi, nuovi input, davanti ai nostri occhi infinite possibilità, treni da prendere al volo perché scorrono velocissimi… per cui sempre più spesso sentiamo il peso della difficoltà di doverci orientare.

Il paradigma di riferimento attuale diventa così il “modello globalistico multidisciplinare“; questo tiene conto del fatto che ogni individuo che sente l’esigenza di fare un percorso di orientamento è il risultato della somma dei suo unici e molteplici fattori personali, familiari, socieconomici e culturali, dai quali è impossibile prescindere.

Come ha affermato Leonardo Evangelista “orientare significa porre l’individuo in grado di prendere coscienza di sé, della realtà occupazionale, sociale ed economica per poter effettuare scelte consapevoli, autonome, efficaci e congruenti con il contesto”.

Parafrasando, l’orientamento serve a conoscere sé stessi, le proprie rappresentazioni mentali circa il contesto lavorativo, sociale, economico di riferimento, riflettere su quali strategie si mettono in atto per relazionarsi a quest’ultimo e svelare a sé stessi competenze e capacità che magari non si conoscevano in precedenza, per poterle utilizzare in maniera funzionale rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.

Ripercorrendo brevemente le tappe principali della storia dell’orientamento, abbiamo avuto modo di osservare come il ruolo del consulente d’orientamento sia fortemente mutato, dai primi del ‘900 ad oggi, passando dall’essere una sorta di “ragioniere” che opera sul soggetto facendo un’analisi “costi/benefici” , fino ad arrivare alla prospettiva attuale: lo scenario si complica ed entrano in gioco oltre ai requisiti tecnici, molti più aspetti personali, ed è qui che entra in gioco l’esperto d’orientamento, ascoltatore attivo, interprete e facilitatore di un percorso che diventa necessario quando si sente l’esigenza di costruire, ri-costruire o ricalibrare il proprio progetto professionale.

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